L'olio
Le colline che circondano Vallefiorita sono piene di piante di ulivo di qualita' Carolea, da cui si ricava un ottimo olio limpido e trasparente e a basso grado di acidita'.
Da sempre i Vallefioritesi coltivano gli ulivi per proprio far bisogno, e se necessario per venderlo pensate che in passato quando c'era la miseria l'olio veniva usato come merce di scambio, da ogni paese vicino il giorno della fiera portavano le proprie produzioni come da Squillace portavano "l'argagni" pignate e recipienti in terracotta da Montauro pesci ,il prodotto di scambio di Vallefiorita era l'olio .
Piu' avanti andiamo con il tempo e man mano si abbandona la coltivazione delle piante di ulivo, dato che oggi l'olio costa pochissimo e ne arriva a prezzi stracciati da ogni parte del globo, parecchi Vallefioritesi abbandonano i loro ulivi.
Penso che finche' c'e' l'integrazione (contributo della Comunità Europea) i piccoli produttori non abbandoneranno del tutto la coltivazione e la raccolta delle ulive. Nel periodo da Ottobre a Marzo a Vallefiorita aprono i frantoi, e avviene la raccolta delle ulive, nel passato veniva fatto tutto a mano, prima venivano i "curramaturi" sbattitori che con "a percia" il bastone fino e lungo scuotevano le fronde per far cadere a terra le olive poi venivano le raccoglitrici che ad uno ad uno li raccoglievano nei "panari" ceste, il trasporto delle olive dall'uliveto ai frantoi avviene nei sacchi o casse. una volta avveniva nelle "spuorti" ceste con l'asino.
Tempo fa' c'era "a cabedha" donne e uomini venivano pagati alla giornata (la paga era un mililetro di olio quanto un biccherino da liquore), gli uomini erano incaricati a percuotere le fronde degli ulivi e al trasporto dal luogo del raccolto al frantoio, le donne dovenano raccogliere le olive riempiendo "u panaru", e trasportare le olive al punto di raccolta certe volte era "ala casedha" casetta rurale che ad occasione faceva da magazino temporaneo delle olive,tra le donne c'era la "caporale" che comandava il suo gruppo e si consultava con il datore di lavoro.
Il frantoio non era meccanico come adesso ma c'era una mucca o un mulo oppure un asino che ruotava le macine "due grosse pietre a forma di ruota" dopo che le ulive venivano macinate, la pasta veniva adagiata su dei "cuoffi" cilindri di corda o vimini a strati, poi c'era "l'uomu muortu" una leva spinta da due uomini per pressare la pasta e fare uscire l'olio, il residuo "addhiustri" veniva utilizzato anche come concime, il capo frantoio si chiamava "coratulu". L' unità di misura dell'olio in passato era u "Kahisu" pari a 15 litri.
Oggi tutto il procedimento della raccolta e spremitura e' meno lavorato, si comincia con lo scutatore (arnese che fa vibrare gli ulivi) puo' essere di piccole dimensioni come quello che si attacca al decespugliatore o grande simile ad un trattore, la raccolta avviene con le reti, il frantoio e' tutto automatizzato da una parte metti le olive e da un'altra esce dopo pochi minuti l'olio. Da pochi anni si e' incominciato a produrre ed commerciare l'ottimo olio anche in bottiglia.
La conservazione dell'olio e' importante una volta veniva conservato nelle "giarre" grandi giare di terracotta, i piu' ricchi avevano le giare per meta' posizionate piu' di meta' sotto il pavimento, si vedeva solo la parte superiore della giara, in questo modo l'olio si conservava al fresco e lontano da ogni fonte di luce.
Oggi l'olio si conserva nei "giarrottiedhi" recipieti di acciaio in un luogo fresco, buio e asciutto.